True Detective: ecco gli ingredienti per una terza stagione di successo

Lo confesso. Ho fatto il rewatch di True detective (la prima stagione) ben due volte e, vi dirò di più, se qualcuno mi proponesse di vederla in sua compagnia non declinerei l’invito. L’ho amata dal primo minuto all’ultimo, osannando quel genio di Nic Pizzolatto che neanche i fedeli davanti al Papa in piazza San Pietro. Vengo subito al dunque e vi spiego i motivi per cui, secondo me, il primo tentativo dello showrunner statunitense di origine italiana ha funzionato molto più del secondo.

Alcuni sostengono che il primo True Detective sia venuto bene solo per un colpo di fortuna.

True detective è uscito nel 2014 e ha raccontato in otto puntate la caccia a un serial killer da parte dei detective Rust Cohle e Marty Hart, affacciandosi sulle loro indagini e vite private in archi temporali diversi. I protagonisti sono stati interpretati magistralmente da Matthew Mcconaughey (premio Oscar con il film Dallas Buyers Club) e Woody Harrellson, due personaggi che resteranno scolpiti non solo nella storia delle serie tv ma anche nella memoria degli spettatori. E poi la Louisiana… tra i suoi inconfondibili bayou che rendono l’ambientazione misteriosa grazie a una fotografia fredda e inquietante (giù il cappello per la regia di Cary Fukunaga, per favore). Io l’ho visto tutto d’un fiato o quasi, la prima volta in due giorni mi pare, e l’ho trovato più un film allungato che una serie. Uno di quei film che quando vedi il trailer fai “oh, questo dobbiamo andare a vederlo al cinema #pefforza”. La sceneggiatura è scritta divinamente, ogni episodio ha la giusta dose di tensione e il puzzle si ricompone piano piano, come se fosse una lenta poesia che non smetteresti mai di ascoltare. Un giallo che ha il sapore di esoterismo, condito da monologhi indimenticabili, inseguimenti, crimini e – dulcis in fundo – la lotta tra bene e male.

True Detective
Matthew McConaughey dà vita a un personaggio indimenticabile.

La seconda stagione è stata una botta alle palle tutt’altro che all’altezza della prima. Sarò forse troppo severo, ma trovo True Detective 2 un serial che definire mediocre è un complimento: personaggi poco credibili e coerenti, come se bastasse abbozzare qualche problema esistenziale e associarlo a una personalità per renderli carismatici. Dall’omosessualità repressa di uno alla tossicodipendenza dell’altro, dalla tipa violentata da piccola con il padre fricchettone alla sorella che passa da zarra emancipata ad alternativa da scuola d’arte nel giro di due puntate. Nonostante un cast sempre stellare, intendiamoci (Colin Farrell e Vince Vaughn grandiosi). In realtà è un prodotto per la massa riuscito male con tutti gli ingredienti per renderlo gradevole al grande pubblico, solo che son tanti e messi assieme a casaccio.

Sembrerebbe che HBO non abbia intenzione di rinunciare al solito cast di attoroni.

Tra l’altro è un po’ troppo “politico”; già la prima stagione era un tantino impegnativa e sconsiglio di vederla “mentre si fa altro” tipo stirare, cucinare o smanettare con il proprio smartphone, ma la seconda tra politici conniventi e appalti truccati di alcuni discorsi non ti fa comprendere un tubo. Poi c’è l’amico sapientone di turno che magari ti dice “ma come, non hai capito?” facendoti sembrare un perfetto idiota, ma la verità è che non ci ha capito niente neppure lui, e tu in fondo lo sai ma non ribatti per evitargli la figura del pirla.

True Detective
Bere qualcosa e parlare d’affari, o di problemi personali.

Alcuni sostengono che il primo True Detective sia venuto bene solo per un colpo di fortuna e che alla luce del secondo è perfettamente visibile come sia inconsistente anche la prima serie. Io non sono assolutamente d’accordo, anche perché la stagione del 2014 mi ha letteralmente stregato con la sua atmosfera à la Twin Peaks delle prime puntate. Quindi ritengo che se i produttori seguissero la scia della season 1 il successo tornerebbe: più mistero, il giusto spazio al setting. Ora sappiamo che Jeremy Saulnier (Blue Ruin, Green Room) ricoprirà il ruolo di produttore esecutivo/regista, e che è stato confermato nel cast Mahershala Ali, già noto per aver vinto il Premio Oscar come miglior attore non protagonista con Moonlight e per le sue parti in House of Cards e Marvel’s Luke Cage. Nella nuova stagione vestirà i panni di Wayne Hays, un detective dell’Arkansas nord occidentale; sembrerebbe dunque che HBO non abbia intenzione di rinunciare al solito cast di attoroni, e già questa è una gran cosa.

Ho trovato la prima stagione più un film allungato che una serie.

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Da un po’ di giorni è stato inoltre svelato che la trama racconterà di un macabro crimine nel cuore dell’Altopiano d’Ozark, e sarebbe fantastico se la produzione tornasse a puntare su un’ambientazione più spoglia e isolata, qualcosa che possa premiare inquadrature tetre e distorte, quasi horror. Perché di fatto stiamo parlando di un thriller, dove alta tensione e narrazione vanno a braccetto. HBO ha inoltre affermato che l’intreccio narrativo sarà caratterizzato da un mistero su cui le indagini verranno portate avanti per decenni, dunque siamo proprio sulla direzione giusta (o almeno così pare). E poi vogliamo una trama meno artificiosa, più comprensibile al grande pubblico seppur sfaccettata. Questa potrebbe essere la formula vincente, o che comunque consentirebbe allo show di ri-acquisire la fiducia persa da parte dei fan, e che forse (ma solo forse) darebbe una certa continuità a una serie di cui si sente la mancanza dopo appena due anni. Io ci spero e ci credo.