Hill House: i nostri fantasmi e l’orrore della solitudine

Hill House, not sane, stood by itself against its hills, holding darkness within; it had stood so for eighty years and might stand for eighty more. Within, walls continued upright, bricks met neatly, floors were firm, and doors were sensibly shut; silence lay steadily against the wood and stone of Hill House, and whatever walked there, walked alone. (Shirley Jackson, The Haunting of Hill House, 1959)

La serie tv Netflix The Haunting of Hill House si ispira all’omonimo romanzo di Shirley Jackson, pubblicato nel 1959. Non può sicuramente considerarsi una trasposizione fedele, viste le numerose differenze con l’originale. Mike Flanagan, regista della serie, in un’intervistà accennò al fatto che il lavoro operato per realizzare la serie tv consistesse nello smontare il libro e poi ricostruirlo. In effetti, si potrebbe dargli ragione.

Il romanzo si appoggia sulla premessa di un gruppo di persone, invitate da uno studioso del paranormale, tale dott. Montague, che si ritrovano a Hill House, dove passeranno un periodo a caccia di fenomeni da studiare. Fra loro la protagonista Eleanor, una donna che ha dedicato la sua gioventù ad accudire la madre malata sacrificando di fatto ogni prospettiva di avere una vita sociale soddisfacente. Dopo la morte della madre, Eleanor si è ritrovata a fare i conti con la sorella, che si arroga il diritto prendere le sue decisioni “per il suo bene”. Ma, in un disperato tentativo di riprendere le redini della propria vita, Eleanor è fuggita, accettando l’invito del dott. Montague, per rispondere al quale ha dovuto rubare l’auto comprata in comune con la sorella. Hill House rappresenta per lei la libertà, la promessa di una nuova vita, di un un nuovo inizio che finalmente le schiuderà le porte di un futuro radioso, perché quando i viaggi finiscono, gli innamorati si incontrano.

Credits: Netflix

Una particolarità del romanzo della Jackson è che dalla pubblicazione ad oggi è stato lodato numerose volte come capolavoro e pietra miliare del soprannaturale letterario; anche Stephen King ne sottolineò l’importanza e la bellezza, considerandolo uno dei migliori testi di sempre. E si tratta in effetti di una storia delicata pur spaventosa, psicologica ed elegante; una storia di spettri, ma priva di spettri. Poiché, in effetti, la Hill House originale, benché inquietante fin da subito con la sua architettura anormale e volutamente strana, non è una casa infestata. Il dott. Montague e il suo gruppo, ivi compresa la di lui moglie, sedicente sensitiva, cercano tracce del soprannaturale, un contatto con l’aldilà, senza mai trovarlo davvero; Shirley Jackson stessa, parlando della casa, disse che “Hill House non è infestata; Hill House è l’infestazione”. Come fosse un essere vivente, respira e osserva, e gioca con le persone che la visitano come il gatto con il topo. La discesa sempre più rapida lungo la china della pazzia da parte di Eleanor, che è anche il filtro attraverso il quale il lettore assiste alle vicende, non permette di distinguere con chiarezza se ciò che accade stia accadendo realmente, oppure no. L’impressione è che la casa sfrutti le debolezze del gruppo, prima così amabilmente unito, poi pian piano sempre più diffidente; come se le piccolezze e le miserie personali di ciascuno venissero alimentate, come se la casa volesse separare gli individui e testarli. Certamente, Hill House è l’infestazione, un seme malato che attecchisce così bene e così in fretta nella mente della povera Eleanor, terreno fertile poiché malata cronica di solitudine. Spesso e volentieri lei si ritrova ad ammirare la sua presenza all’interno del gruppo, e continua a ripetersi “merito di stare qui, questo è il mio posto”, cercando prove a conferma di ciò, dolendosi di ogni comportamento altrui che la faccia dubitare del contrario. Una mania che presto diventerà paranoia; Eleanor è sola e lotta per non esserlo, per affrancarsi da un passato che la perseguita e che non vuole si ripeta: questa è la sua più grande debolezza.

Le persone, si sa, sono molto più facilmente infestabili delle case, giacché ciascuna già naturalmente perseguitata dai propri fantasmi individuali.

E benché la serie tv abbia ricostruito l’intera vicenda mantenendo solo alcuni elementi del testo originale, si ravvisa comunque la capacità di queste mura di piantare piccoli semi di buio nella mente dei Crain, specialmente nei gemelli, così dolci e fragili, che da adulti pagano carissimo lo scotto di aver visto da vicino l’infestazione di Hill House. Eppure, è anche un tipo di infestazione diversa; come dicevamo, nel testo originale non ci sono fantasmi in abiti vintage a passeggiare per i lunghi corridoi, non ci sono signore con il collo spezzato ai piedi del letto, non ci sono terribili visioni nascoste negli angoli o dietro le porte. La Hill House della serie tv è sicuramente più una casa infestata che non un’infestazione in sé; rispettando i ritmi di una produzione televisiva, lo show spaventa e inquieta, con i fantasmi inseriti negli angoli delle inquadrature, con l’effetto jumpscare di alcune scene, ma si dipana piano piano, rivelandosi un horror dai risvolti psicologici. Già a metà della serie, si comincia a capire quali dinamiche abbiano innescato tutta la vicenda, e la paura diminuisce gradualmente fin quasi a sparire, presto sostituita dalla pena. Poiché il vero film dell’orrore è una vita di pura sofferenza, un incubo da cui un genitore amorevole vorrebbe, ma non dovrebbe, svegliare i propri pargoli.

Credits: Netflix
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E tuttavia, nonostante le differenze evidenti, nonostante il colpo d’ala sul finale della serie tv, che intende regalare un po’ di sollievo dimostrando come quella porzione di aldilà confinata nella casa abbia trovato una sua pur bizzarra ragion d’essere, un motivo meno cupo e meno cattivo di quanto si fosse portati a pensare all’inizio, nonostante la strada nuova e diversa imboccata dalla versione televisiva, il fil rouge che lega serie e opera letteraria rimane integro. Poiché oltre la casa, oltre i fantasmi che ciascuno vede perché già li porta dentro, l’orrore più grande è sempre lei, la solitudine. La piccola Nell che scompare e riappare piangendo davanti alla propria famiglia, perché “ero qui e nessuno mi vedeva, urlavo e nessuno mi sentiva!” è la stessa ragazza che si perde nella dolce, fatale illusione di aver ritrovato il suo amore perduto, il suo posto in un’amorevole famiglia che non l’ha mai dimenticata e mai potrebbe scordarsi di lei, ed è anche l’anima in pena che assiste alla sua stessa veglia senza poter interloquire con chi l’ha amata, ma senza riuscire a capirla fino in fondo. Sono qui, ma nessuno può vedermi, chiedo aiuto, ma nessuno mi sente, pensiero tremendamente doloroso e purtroppo piuttosto diffuso. Anche all’interno di una famiglia numerosa, anche in una città densamente popolata ci si può ammalare di solitudine, fino a che tutto ciò che resta sono gli spettri nascosti nella mente, fino a rovinarsi da soli, nel fastidio o peggio, nell’indifferenza generale. L’orrore forse più grande sta proprio in questo, come fa efficacemente notare il testo della Jackson quando Eleanor, impaurita e al buio, stringe forte la mano della sua amica per farsi e farle coraggio, salvo poi accorgersi che in realtà è troppo lontana per raggiungerla allungando il braccio. E proprio la disperata domanda “di chi era la mano che stavo stringendo?” trova la risposta ovvia, per niente paranormale, e per questo ancora più orrifica: di nessuno.

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