Maniac – Recensione: benvenuto all’inizio della tua nuova vita

Maniac è la nuova miniserie drammatica Netflix disponibile sulla piattaforma dal 21 settembre scorso, composta da 10 puntate di circa 40 minuti l’una. Il colosso dello streaming punta a un prodotto che vanta la presenza di attori di successo come Emma Stone, Jonah Hill, Sally Field e Justin Theroux.

A pochi giorni dall’esordio, lo show ha già catturato l’attenzione di molti spettatori e suscitato giudizi positivi. Adesso proverò a spiegarvi il perché del suo successo.

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Maniac racconta la storia di Owen Milgrim (Jonah Hill) e Annie Landsberg (Emma Stone), entrambi affetti da una grave depressione, che decidono di offrirsi come cavie per la sperimentazione di tre nuovi farmaci somministrati durante un trial clinico. Lo scopo è quello di guarire qualsiasi disturbo mentale sostituendo definitivamente la classica prassi psicoterapeutica. Tale sperimentazione si suddivide essenzialmente in tre fasi/giornate:

Nella prima, i pazienti assumono la pillola “A”, che ricerca la fonte dei traumi e li riporta in superficie. Questi vengono trasmessi sugli schermi del laboratorio così da rendere partecipi i dottori di quanto sta accadendo nelle menti dei pazienti: possono osservare i loro ricordi e momenti peggiori della vita. Nel frattempo, un super computer analizza i dati raccolti e crea uno schema a grappolo che funge da guida per la prassi che va seguita con l’assunzione delle pillole successive.

Nella seconda fase, la pillola “B” identifica i meccanismi di difesa che la mente del soggetto mette in funzione per proteggersi dal trauma subito. 

Nella terza e ultima fase, invece, la pillola “C” permette il confronto tra il soggetto e le proprie paure affinché possa sconfiggerle del tutto. Il super computer rimappa la mente del paziente, con la tecnologia a micro onde, favorendogli l’inizio di una vita sana.

Dunque, il ruolo dello psichiatra viene semplificato e ridotto ai minimi termini dalla nuova tecnologia che consente di osservare direttamente la mente del paziente, capire la radice del trauma e rimuoverlo tramite PC, guarendolo completamente in soli tre giorni. La classica modalità di dialogo e il rapporto che si viene a creare fra dottore e paziente, dunque, in Maniac non esistono. Non c’è nessun lavoro collaborativo tra i due soggetti e i ruoli di ciascuno non risultano attivi; al contrario, il paziente durante la terapia rimane sotto l’effetto della pillola in stato narcotico mentre i dottori osservano passivamente ciò che egli sogna.

In particolare, vi è la totale mancanza di un legame affettivo, elemento di grande efficacia clinica per l’esito del classico trattamento impiegato dai medici. L’idea di Maniac è quella di proiettarci un futuro in cui la teoria della psicoanalisi freudiana viene demolita dalle nuove invenzioni tecnologiche e farmacologiche, che permettono una terapia più rapida e diretta.

Fautrice di tali avanguardie è la Neberdine Pharmaceutical and Biotech, società in cui lavorano dottori e scienziati specializzati in tecnologia, farmacologia e neurologia, riuniti per questo scopo comune. Una vera e propria idea rivoluzionaria che metterebbe la chiave della felicità in mano a tutti. Immaginate di vivere in un mondo senza ansia, depressione, traumi dovuti a un lutto o, semplicemente, senza sofferenze d’amore.

In questo futuro distopico ipotizzato da Somerville, la tecnologia prevale sugli esseri umani, soprattutto sulle loro relazioni sociali. Non a caso tutti i personaggi, dottori inclusi, presentano disturbi che hanno origine da un deficit a livello relazionale.

“Ogni anima è alla ricerca di una connessione. Cameratismo, comunione, famiglia, amicizia, amore e tutto il resto. Siamo persi senza connessioni. È terribile essere soli.”

Durante lo svolgimento della serie, si assiste raramente a forme d’affetto; piuttosto sono i comportamenti freddi, distaccati e indifferenti a dominare la scena. Nessuno sembra volersi bene veramente: la maggior parte delle relazioni, di qualunque tipo, sono false o artefatte. Le persone sono facilmente rimpiazzabili tramite la tecnologia: chi si sente solo, chi ha perso un marito o vuole semplicemente un amico, può utilizzare il telefono e mettersi in contatto con una compagnia che gli procura una persona adatta all’esigenza.

Addirittura i rapporti sessuali possono aversi senza la presenza di una persona in carne e ossa. Basta auto munirsi di alcuni macchinari che provocano piacere e giocare a un videogioco in cui il proprio avatar fa vivere esperienze sessuali realistiche.

L’unico legame che nasce in maniera disinteressata e incondizionata è quello fra i due protagonisti che, a causa di un malfunzionamento del super computer, si ritrovano sempre connessi all’interno dei loro sogni: saranno sempre uno accanto all’altra, si aiuteranno a vicenda e riempiranno quei vuoti che da soli non potrebbero colmare.

Quindi, il messaggio che Somerville vuole lanciare con Maniac è limpido come l’acqua: non serve inventare un super computer o dei farmaci per combattere i nostri problemi, basta solo condividere la quotidianità con qualcuno che ci sia nei momenti del bisogno e non. Perché in questo mondo pieno di paure e lacrime, tutto ciò che resta sono i legami che creiamo.

Per quanto riguarda l’interpretazione degli attori, mi soffermo più che altro sui protagonisti: Jonah Hill ha vestito in modo esemplare un personaggio affetto da schizofrenia, la cui vita non è affatto semplice anche a causa del poco supporto della famiglia; Emma Stone, invece, ha impersonato egregiamente una ragazza depressa dal carattere turbolento e scontroso, con alle spalle un passato difficile segnato da due lutti importanti e dall’assenza del padre. Ma il bello della serie è che i personaggi non si fermano ad essere solo questo: ciò che vediamo all’inizio è solo lo strato superficiale della loro personalità. Durante i molteplici sogni indotti dalle pasticche, i due sprigionano infatti aspetti diversi della loro personalità. Gli attori hanno mostrato quindi la loro abilità nell’essere flessibili pur rimanendo fedeli sempre allo stesso personaggio. Sono stati così bravi e capaci da far percepire allo spettatore i vari disagi e complessi che i personaggi hanno provato durante lo svolgersi degli eventi e da cui sono rimasti traumatizzati.

La fotografia delle riprese è molto interessante: i colori e le luci utilizzati riescono ad influenzare le emozioni dello spettatore, puntando sul suo subconscio e generando le giuste emozioni a seconda dell’ambiente e della situazione delle scene. Inizialmente, durante la presentazione dei personaggi e del loro quotidiano, vengono utilizzati colori spenti, scialbi, in cui prevale molto il beige, il giallo e il verde sbiadito che, soprattutto negli ambienti chiusi, danno una sensazione di paranoia e monotonia. Inoltre, i luoghi chiusi sono spesso molto scuri e ombreggiati, quasi claustrofobici. Invece, quando inizia la terapia in laboratorio possiamo notare il cambiamento dei colori e della tonalità: più accesi e vivaci, il regista predilige il viola, il fuxia… colori del mistero e della stravaganza.

Tirando le somme, penso che Maniac sia una bella idea, una bella storia che offre molti spunti di riflessione. Non mancano momenti di tensione, che si avvicendano ad alcune scenette comiche. Ci sono anche momenti di pura azione ed eventi che portano lo spettatore ad attimi di confusione e trip mentali. Nel complesso, la visione della serie è piacevole, forse all’inizio il ritmo narrativo può risultare troppo lento ma la storia riesce a catturare l’attenzione dello spettatore incitandolo a proseguire di puntata in puntata. Per di più, ci si affeziona subito ai personaggi principali, merito della bravura degli attori.

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Penso che Maniac sia una serie adatta ad un pubblico sia di giovani che di adulti, e sicuramente può piacere agli appassionati del genere drammatico/fantascientifico, a chi è interessato alle teorie riguardo lo sviluppo di super tecnologie e a chi piacciono le storie poco convenzionali.

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