Dark – Recensione: viaggi nel tempo e paragoni azzardati

La nuova serie di Netflix, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese, sta letteralmente conquistando i cuori di diversi appassionati, ottenendo un discreto successo e recensioni positive. Tra chi non si è lasciato convincere del tutto, a causa della produzione tedesca, e chi è riuscito a digerire le dieci puntate, Dark continua a far parlare di sé anche diversi giorni dopo la sua messa in onda sulla famosa piattaforma di streaming.

Dark ci è stato presentato alla conferenza internazionale di Dublino con queste esatte parole: La differenza tra passato, presente e futuro è solo un’illusione. Hanno anche calcato la mano, azzardando un paragone, con le serie di successo Stranger Things e Lost, e qualche vago accenno agli anni ’80. Di base, un effettivamente buon punto di partenza in comune: una cittadina, Winden, in cui ogni 33 anni accade qualcosa di molto strano.
Fortunatamente, a parte un paio di riferimenti (o, forse, sarebbe più corretto chiamarli omaggi) alle serie sopraccitate, dopo qualche episodio Dark se ne discosta totalmente. Con Stranger Things in particolare ha in comune la scomparsa di un ragazzino nella prima puntata, il plot twist per eccellenza: Mikkel, dopo essere stato nel bosco insieme ai fratelli e agli amici, si ritrova misteriosamente intrappolato negli anni ’80!

Sebbene sia molto lenta a carburare, dato che dovranno passare diversi episodi prima di capirci qualcosa, Dark è un prodotto che è capace di stupire. Infatti, quando pensi di essertene fatto un’idea, ribalta le tue teorie e te ne presenta di nuove. Questo è il suo maggiore punto di forza, oltre a una regia e una fotografia davvero ben confezionate. Quando si pensa alla firma tedesca, si tende a essere più scettici, forse perché sono famosi nel mondo per essere prolissi e gelidi. In effetti, la recitazione è a tratti pesante e risente di una certa freddezza: diventa difficile affezionarsi ai protagonisti, complici dei volti un po’ anonimi, non aiutati certo da capacità espressive piuttosto piatte in punti che avrebbero richiesto maggiore sforzo.
Per quanto riguarda la prolissità, non c’è fortunatamente molto spazio per i periodi morti, a loro tanto cari, a parte qualche scena troppo focalizzata sull’estetica, a discapito della recitazione, che infatti non regge il paragone.
La trama è spessa, le domande sono tante e ogni puntata ne presenta di nuove, complici anche dei finali che lasciano lo spettatore a bocca aperta. Riescono a tenerti incollato allo schermo per cercare di comprendere cosa stia succedendo.

Qualche dialogo che mostra una sceneggiatura un po’ zoppicante c’è, come la scena in cui Hannah e Mikkel, negli anni ’80, tirano fuori una conversazione veramente difficile da capire:

«Tu sei mitico.»
«No, io sono Mikkel.»

Okay. Che in tedesco può anche essere un interessante gioco di parole, ma sono bambini, non neonati in fasce che non capiscono la differenza tra il proprio nome e un aggettivo. E quindi no. Un po’ ti chiedi quanti acidi abbiano preso gli autori durante la stesura (avrebbero potuto offrire!).